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Un Viaggio nel Tempo

Erano un paio d’anni che leggendo i resoconti e i servizi sull’Eroica, mi proponevo di partecipare a questa particolare manifestazione nata dalla passione di pochi amici appassionati di ciclismo puro e trasformatasi in un grande evento culturale, storico e sportivo e, che da quest’anno è diventato anche un percorso permanente che attraversa le terre di Siena. L’itinerario, infatti, specificatamente segnalato con cartelli per ciclisti si snoda per oltre 200 chilometri attraversando il Chianti, Le Crete e la Val d’Orcia, compiendo un viaggio nel leggendario paesaggio toscano. Per l’occasione ho prenotato un B&B nelle vicinanze di Gaiole in Chianti, località di partenza ed arrivo della corsa, per trascorrere il weekend in luoghi che non avevo mai avuto occasione di visitare. Il sabato, giorno della vigilia, dopo una mattinata trascorsa visitando la magnifica Siena, verso le 15 ci presentiamo per il ritiro del numero di gara e per iscrivere Clarissa al percorso corto. Per l’occasione ha portato con se la vecchia mtb specializeed dell’87 con coppertoncini da strada. E’ alla sua prima partecipazione ad una granfondo ed è visibilmente emozionata. Davanti alla palestra di Gaiole, una moltitudine di persone, molti già vestiti con divise d’epoca, alcune dei primi del 900 attende l’apertura, all’esterno, nel giardino antistante qualche commerciante con il banchetto vende cimeli e vecchia componentistica, oltre a bici da restaurare, ma è all’interno della palestra dove avvengono le operazioni d’accredito, che è stata allestita una mostra mercato che lascia letteralmente a bocca aperta, tantissime maglie d’epoca oltre a biciclette d’ogni anno e modello ma che difficilmente anno meno di 40 anni d’età, pezzi unici da veri collezionisti, cambi d’ogni tipo, dal “ruota invertita”, al “cremagliera” a quelli a doppia o singola bacchetta, ad uno talmente particolare che permette pedalando in avanti di avere un rapporto “da pianura” ed invece pedalando all’indietro con un gioco di pignoni permette di sviluppare un rapporto “da salita”, quanto meno bizzarro pedalare all’indietro e contemporaneamente avanzare. Cerchi di legno, biciclette restaurate che sembrano opere d’arte ed in fondo probabilmente, lo sono, e poi tanti ex professionisti degli anni 40 e 50 che si ritrovano in un ambiente a loro congeniale e che spiegano con l’entusiasmo dei 20 anni ormai passati, il funzionamento di questi arcani mezzi meccanici, devo dire che fa un certo effetto per noi abituati agli “ergopower”, vedere che con il cambio a bacchetta, la ruota posteriore avanza o indietreggia sul forcellino secondo il rapporto utilizzato. Ritiriamo la busta contenente il numero di gara e la “Carte de Route” dove andranno posti i timbri dei controlli e l’orario d’attraversamento. Tutto è curato nei minimi dettagli, essendo una manifestazione storica, i numeri sono stampati su tela cerata e con caratteri d’epoca ed il numero da fissare al telaio è stato sagomato per essere attaccato all’interno del triangolo, parallelo all’orrizontale, ed ovviamente con del vero spago di canapa, banditi i fili di ferro plasticati utilizzati nelle comuni granfondo. Rientriamo al b&b per preparare le biciclette e per saldare i conti, infatti, l’indomani la sveglia è prevista per le 4 e non è il caso di svegliare il proprietario così presto! Dopo una buonissima e carissima cena in un ristorantino tipico, facciamo due passi per recuperare la macchina, attraversando le vie di Gaiole, che la sera prima erano silenziose e deserte ed invece adesso si presentano vive ed impazienti per la manifestazione ciclistica, alcuni vestiti di tutto punto approfittano della luce dei lampioni per testare le loro vecchie glorie ed evitare inconvenienti l’indomani. In totale si sono iscritti alla gara oltre 1400 ciclisti divisi nei vari percorsi, io ho scelto il lungo, ho voglia di partire ma anche un certo timore, non sono mai partito con il buio e sopratutto non ho mai fatto così tanto sterrato, devo capire in fretta come azionare i freni prima di farmi del male, comincio ad avere dubbi sul tipo di pneumatico montato, ho visto che molti montano il 25 o anche di più e molti hanno il battistrada tassellato, m’impongo di non pensarci, tanto non ho il materiale per cambiare e in ogni modo Roberto mi assicurato della resistenza di quelli montati. La notte passa velocissima, la sveglia suona puntuale alle 4, c’è freddo ed umido, ma si scorgono alcune stelle, il silenzio regna sovrano così come il buio....... assoluto!

Ci vestiamo, sono impaziente di vedere se l’abbigliamento che mi ha prestato Enrico avrà successo, è stupendo, una maglia rossa con la scritta Coca-Cola ricamata in bianco e la scritta, Udine, sotto a destra, completata da dei pantaloncini anch’essi riportanti la scritta coca-cola ma questa volta con caratteri in stampatello.

Indossare una maglia di lana di 40 anni da una sensazione particolare, come di costrizione, poi io non sono mai stato un amante della lana, ma devo ammettere che a parte la sensazione iniziale dopo un pò si sta discretamente e la temperatura del corpo rimane costante, un paio di foto e caricate le bici in macchina ci dirigiamo verso Gaiole, i fari della macchina illuminano la strada deserta.

All’improvviso da dietro una curva appaiono tremolanti, le prime lucine fredde dei fari dei primi partiti, sono la 5 in punto e devono essere stati pronti alla partenza già da qualche minuto.

Parcheggiamo la macchina in prossimità delle docce, il tempo di gonfiare le ruote ad 8 atmosfere per evitare i pericoli delle forature, montare i fanali a led e sono in strada per dirigermi alla punzonatura prima della partenza, che si svolge alla francese.

Si firma il foglio presenza, come i professionisti, nella casella riportante il proprio numero e si appongono i timbri sul carnet di viaggio e sul carnet dell’Audax Club Parisien, infatti, l’Eroica è considerata prova valida di qualificazione per la Parigi-Brest-Parigi come brevetto sui 200 chilometri. Parto alle 5,27, prima di me sono partiti due ragazzi, vedo i loro led un centinaio di metri davanti a me, decido di raggiungerli, fare oltre 200 chilometri da solo dal primo metro non mi entusiasma.

Finito il tratto di strada illuminata, entro nel buio più totale, l’aria è pungente, non riesco a capire che rapporto sto spingendo, provo a scalare per prendere più velocità, la partenza, infatti, è in leggera discesa per i primi 10-11 chilometri, la catena con un rumore assordante si accomoda sul primo pignone, mi accodo a chi mi precede ed insieme agguantiamo un nutrito gruppo in prossimità dell’inizio della prima salita che dopo circa un chilometro con un secco tornante a destra diventa sterrata ed entra nel bosco, se prima non si vedeva niente, adesso ancora meno, ma il gruppo è abbastanza numeroso.
Non è possibile rimanere a ruota, troppo pericoloso, e sopratutto non si riesce a capire dove mettere le ruote se non si hanno almeno un paio di metri da chi ti precede, è un’emozione straordinaria, c’è silenzio, rotto solamente dal tipico scricchiolare delle ruote sullo sterrato, tutto attorno, timide lucette rosse precedute dai deboli aloni di luce dei fari delle biciclette, una leggera nebbia sfalsa i contorni delle ombre che si riescono ad intravedere, le distanze tra i concorrenti aumentano, ma si fa fatica a percepirle, potrebbero essere dieci ciclisti a 20 metri oppure uno solamente a 20 centimetri, te n’accorgi solamente quando gli sei praticamente addosso, si sfaldano i gruppetti, chi è partito assieme agli amici non li trova più, ci si cerca, un ragazzo chiama “GIGIII!”, non risponde nessuno, tutti pedalano in silenzio, dopo qualche secondo una ragazza chiama “Marcoo!”, rispondono in venti, risata generale, ma dura poco inizia la prima discesa in sterrato e te n’accorgi solamente perché la lucetta rossa che ondeggiava davanti a te all’improvviso sparisce, cerco di individuare la strada, e allo stesso tempo di intravedere se quello davanti a me non cade, per le buche non si può fare altro che prenderle. Torniamo sull’asfalto e dopo pochi chilometri iniziamo un altro sterrato anche questo in salita, vado su regolare e riesco grazie al fondo compatto ad alzarmi in piedi sui pedali, attorno a me, voci e luci d’ogni angolo del Mondo, Francesi, Tedeschi, Inglesi e molti Americani è la particolarità dell’Eroica, è un evento unico nel panorama mondiale e richiama ogni anno moltissimi appassionati e collezionisti. La seconda salita, sterrata, è lunga oltre dieci chilometri, il gruppo inesorabilmente si sfalda. Ognuno sale con il suo passo e in rapporto al mezzo che cavalca, qualcuno ha solamente una corona e, due o tre pignoni al posteriore, inizia ad albeggiare, la nebbia che s’intuiva al buio effettivamente ricopre le colline del Chianti, che sono paragonabili come pendenze alle prime colline della nostra Lessinia, mi ritrovo da solo, ho un concorrente ad una cinquantina di metri davanti a me, arriviamo alla fine del secondo sterrato e i cartelli stradali che leggo non mi convincono, lancio un fischio al ciclista davanti a me e gli chiedo di aspettarmi, lo raggiungo e gli dico che secondo me siamo sulla strada sbagliata, ci fermiamo per controllare usando la luce dei fanali, arrivano altri ciclisti alcuni si fermano, molti proseguono senza neanche rallentare, si è formato un gruppo di circa una cinquantina di ciclisti, dopo qualche discussione vista l’effettiva presenza delle indicazioni, che però indicano il tratto finale della corsa ci rendiamo conto di non avere visto nel buio una deviazione, siamo fuori percorso di una decina di chilometri, c’è da decidere come rientrare in gara e passare regolari dal primo controllo, grazie all’indicazione di un cacciatore di passaggio che c’indica la strada più breve e grazie a me che mi sono stampato le piantine del percorso partiamo alla volta di Siena per immetterci sulla Cassia e rientrare nel percorso inprossimità di Taverne d’Arbia in tempo prima della deviazione sterrata che porta al controllo di Radi. Non tutti però, capiscono che abbiamo sbagliato strada e ripartiamo in una decina, nel frattempo molti hanno proseguito e probabilmente si accorgeranno troppo tardi dell’errore in prossimità dell’arrivo. Nel gruppo che è con me, faccio la conoscenza di un simpaticissimo signore spagnolo di circa 50 anni, anche se devo dire che l’abbigliamento d’epoca invecchia parecchio la figura, quindi potrei sbagliarmi sull’età, che mi racconta che non è mai stato a Siena e che gli piacerebbe fare in bici un paio di giri della piazza del Campo, possiede sette biciclette, ed ogni volta che fa un nuovo acquisto si deve sorbire le maledizioni della moglie, mi spiega che la bici alla quale è più affezionato è quella dei primi anni 70 che sta cavalcando e che tiene come un gioiellino. Attraversiamo Siena, deserta, alle 7 del mattino e riusciamo a ritornare sul percorso, mi ringraziano in tanti e mi sento bene, il mio senso dell’orientamento questa volta mi ha proprio aiutato. Quando arriviamo all’imbocco del terzo sterrato, dalla parte opposta arrivano i ciclisti che sono sul percorso giusto ed abbastanza sorpresi ci chiedono il motivo per il quale arriviamo dalla parte opposta, gli spieghiamo il perché e scopriamo che anche loro hanno sbagliato strada e che sono partiti alle 5 in punto. Facevano parte del gruppetto che ho incrociato in macchina prima della partenza. Il buio assoluto ha mietuto parecchie vittime, al controllo di Radi arriviamo alle 8,20 dopo tre ore di bici e siamo tra i primi 50. C’è il ristoro, rigorosamente d’epoca, una meraviglia, sia per gli occhi che per il palato, una tavolata imbandita d’ogni ben di Dio, salumi d’ogni tipo, ribollita fatta cuocere sul paiolo in rame e con il fuoco a legna, solamente bicchieri di vetro e l’acqua ed il vino nei fiaschi, panforte di Siena a volontà, crostate di frutta, frutta secca e fresca, bruschette di vino e zucchero, bruschette con olio ed aglio, tutte le ragazze vestite in costume d’epoca, una tentazione! C’è la voglia di fermarsi oltre al dovuto, si notano un gruppo di ragazzi, probabilmente dell’est-europa, che si ristorano andando avanti a bicchieri di Chianti e bruschette. Riempio la borraccia alla fontana e decido di ripartire, sono da solo, ma tanto sullo sterrato non esiste la scia, anzi, è meglio non avere nessuno vicino e di volta in volta poter scegliere la traiettoria migliore in base alla consistenza del fondo. Il paesaggio è meraviglioso, con la luce del giorno si percepisce la moltitudine di colori e nonostante la nebbia ancora ammanti i contorni, mi rendo conto di essere in un posto straordinario ed affascinante, una lepre mi attraversa la strada e non so perché la stavo aspettando! Mi ritornano in mente le mattine passate da bambino a caccia con mio padre e mio nonno, la stessa calma, lo stesso silenzio, gli stessi profumi di terra umida e di foglie cadute, sto pedalando da solo in mezzo alla campagna senese e mi rendo conto di pedalare un sogno. Sempre attraverso sterrato il percorso si snoda in direzione di Montalcino, patria del famoso Brunello, sono le 9 ed il sole comincia a dissolvere la pesante foschia, ad ogni curva ed oltre ogni dosso è come sedersi ad ammirare un quadro, ma la strada è dura e per evitare spiacevoli cadute bisogna rimanere concentrati. A causa di una deviazione del percorso, per il crollo di un ponte, non passiamo per il centro di Montalcino, che rimane alla mia destra, inerpicato su un poggio, è un continuo sali e scendi, ma le pendenze sono importanti e spesso oltre il 10% procedo lentamente e appena c’è la possibilitàcerco di aumentare l’andatura, mi piacerebbe rimanere dentro le 10 ore, pause incluse, anche se l’errore di percorso della mattina sicuramente avrà un peso. Arrivo così al secondo controllo-rifornimento a Lucignano d’Asso, un antico borgo appollaiato sopra una ripida collina e raggiungibile solamente attraverso lo sterrato, il ristoro è posto in una piazzetta di non più di 30 metri quadrati raggiungibile attraversando una strettissima e ripidissima stradina lastronata con pietre irregolari, mi fermo al tavolino dei timbri che sono le 10,45 e sono al chilometro 105,5 in pratica a metà strada, anche qui, dopo alcuni minuti arriva il gruppetto di slavi che notai prima a Radi, pedalano su biciclette del primo dopo guerra, con ruote larghe tre dita, e ricominciano a bere Chianti come fosse acqua, e stavolta intonano anche qualche canto, i commenti sulle possibilità che finiscano integri la corsa si sprecano, cosi come i consigli di chi ha già partecipato, la vera Eroica inizia da qui.

Da qui fino all’arrivo il percorso si fa veramente duro. Mi metto in tasca due pezzi di banana avvolti in un pezzo di carta paglia che gentilmente la ragazza del ristoro mi regala, sono completamente ricoperto di polvere, mangio un paio di fettine d’ottima crostata e mi siedo sugli scalini della piccola chiesetta che si affaccia su quella che prima ho definito piazzetta ma che in realtà non è molto più grande di un normale soggiorno di casa. Il posto è bellissimo, siamo tutti vestiti come un tempo, non c’è nessun altro, sembra di vivere una domenica di un’altra epoca, non mi stupirei se da dietro l’angolo spuntasse l’inconfondibile profilo di Bartali in sella alla sua legnano verde-oro. Riparto e dopo una secca curva in discesa a sinistra mi tuffo letteralmente giù in una discesa sterrata, che mi avevano descritto come ripida, ma che dalla sella della bicicletta sembra verticale, tutta sconnessa con dei canali profondissimi scavati dall’acqua e dalle macchine che salendo non hanno aderenza, devo frenare per non prendere velocità ma allo stesso tempo devo evitare di bloccare le ruote, il tremolio della bicicletta diventa un terremoto, dalle vibrazioni non riesco a mettere a fuoco la strada, cerco di intuire la traiettoria dal colore dello sterrato, arrivo in fondo le mani mi fanno male, guardo avanti e scopro che persvariati chilometri il percorso sarà cosi. Coraggio ed avanti! In certi punti mi volto e scorgo sulle creste in contro luce i profili dei ciclisti che scendono aggrappati ai freni, mi rigiro e davanti a me su una rampa, altri che cercano di salire tra mille difficoltà, il caldo comincia a farsi sentire, di solito uso il casco e la ventilazione che offre permette di dissipare il calore, mentre oggi indosso il classico berrettino da ciclista ed ho la testa a mille gradi, i tratti di sterrato si alternano a quelli in asfalto con un’alternanza di circa 10 chilometri a tratta, in una discesa ripidissima sono sorpassato di slancio dagli slavi che scendono a rotta di collo, incuranti del pericolo, il vino sommato al sole della tarda mattinata deve avere fatto effetto. Sulla mia bicicletta si è allentato lo sterzo, e l’unica soluzione è di stringerlo a mano ogni tanto, vedo che riesco a risolvere alla meno-peggio il problema. Molti forano, ma le mie ruote per il momento tengono bene, anche se per l’occorrenza sono equipaggiato con tre camere d’aria di scorta, ma se partecipo ancora, il prossimo anno, mi porto anche un pneumatico, perché, gli sterrati della seconda parte del percorso, sono veramente impegnativi e basta una pietra presa male o troppo forte, per aprirti a metà il pneumatico. Alle 12,30 arrivo al controllo di Asciano, il gruppo degli slavi è sdraiato sul prato all’ombra d’alcuni cipressi secolari, circondato da fiaschi di vino, che sembra avere il sopravvento sulla loro capacità atletica, hanno tutti la stessa maglia di lana, con maniche lunghe e dopo 140 chilometri sono ricoperti di polvere finissima giallo “Siena”(ovvio!) come tutti, le facce al ristoro cominciano a tradire la fatica e pensare che adesso ci sono le rampe più difficili, il consiglio di tutti è di scalarle a piedi, non tanto per la pendenza che in ogni caso si attesta intorno al 18% ma sopratutto perché il fondo non consente di salire sui pedali pena lo slittamento della ruota posteriore, la mia, slitta anche da seduto, ho il battistrada liscio, non mi resta altra scelta che scendere. Salendo a piedi arrivano i primi crampi, per fortuna che sabato ho resistito alla tentazione di acquistare delle scarpette d’epoca con suola di legno che in queste condizioni sarebbero state scivolose come avere legate ai piedi due saponette. Le rampe si susseguono, non sono molto lunghe ma per altre due volte sono costretto a scendere. Già da molti chilometri sono in compagnia di un paio d’amici, uno con una bicicletta da ciclocross nuova e il suo compagno con un telaio in alluminio contemporaneo tutto ricoperto di nastro per proteggerlo dai sassi che sparati dalle ruote colpiscono con forza il triangolo. Penso che il telaio d’acciaio sia l’ideale per questo tipo di corsa, quelli veramente d’epoca, con tubazioni robuste e pesi importanti sono molto stabili nelle discese e sembra assorbano molto bene le asperità delle strade bianche, in salita invece sono molto penalizzate e serve molta forza fisica per spingerle, anche perché sono equipaggiate con rapporti veramente impossibili, nel percorso lungo non sono così numerose, come i telai degli anni 70 e 80 che secondo il mio parere, sono il giusto compromesso per lo sterrato ed i tratti asfaltati, anche se nelle discese bianche tendono a scodare per la mancanza d’aderenza, ma dopo i primi minuti di smarrimento ci si prende la mano. Ho percorso più di un tornante in salita con il retrotreno che scodava slittando verso il centro curva, l’importante, in questi casi, è non smettere di pedalare e cercare di dosare la potenza sui pedali per mantenere almeno un minimo di grip. Arrivati in prossimità della località Torre al Castello una fontana appare come d’incanto alla fine dell’11°tratto di strada bianca, ci metto sotto la testa e l’acqua fredda mi rigenera, scambio qualche battuta con i compagni di viaggio ed un signore di mezza età in completo Atala, blu e grigio, e con bicicletta Atala grigia metallizzata mi chiede quanto manca alla fine, tiro fuori il carnet e gli comunico che mancano ancora 50 chilometri. Mi rendo conto di avergli dato una pessima notizia, il suo viso si contorce in una smorfia di sofferenza, è tutto ricoperto di polvere e non ce la fa più. Non si può non ammirarlo, il fisico snello, mantenuto atletico negli anni, la voglia di non mollare che traspare, che bello arrivare a quell’età con cosi ancora tanta voglia di assaporare emozioni cosi forti. Dopo pochi chilometri, arrivo al controllo di Castelnuovo Berardenga sono le 13.55 e sono al chilometro 159, chiamo Clarissa per dirle che ho probabilmente ancora un paio d’ore di strada, mangio qualcosa e mi rimetto in sella, accompagnato dai due amici con i quali ho fatto gli ultimi 30 chilometri. Percorriamo una quindicina di chilometri su asfalto ed arriviamo al bivio dove nel buio, di mattino, in molti abbiamo sbagliato strada. Prima del secondo sterrato, che, in sostanza dovrebbe essere stato il 12° tratto di strada sterrata, non avendo visto le indicazioni e seguendo le luci rosse di chi ci precedeva abbiamo girato a destra invece che a sinistra. Ripercorro la salita sterrata che ho fatto di mattino, e la differenza dopo 170+ 20 chilometri della deviazione involontaria si sente tutta, porto la catena sul rapporto più agile e salgo, uno dei miei compagni di viaggio non riesce a tenere il ritmo e si stacca, dopo poco mi ritrovo da solo a ripercorrere la strada che anche di mattino ho fatto in solitaria, l’asfalto del bivio per Vagliagli appare come un miraggio, ho le mani piagate, e probabilmente dal dolore che sento, anche il soprasella, c’è un controllo a sorpresa sono al 181 chilometro e sono le 15.09 manca poco all’arrivo ma le forze cominciano ad esaurirsi. Fatto timbrare il carnet di viaggio, chiedo indicazione per il percorso e m’indicano una strada in discesa, che dopo un tornante a destra, scende sterrata a strapiombo per quasi otto chilometri, il primo pensiero è che mi sto abbassando molto e che inesorabilmente dovrò riacquistare altitudine scalando qualche salita, che puntuale si presenta, per fortuna asfaltata e che mi porta dopo cinque chilometri a Radda in Chianti. Dopo una breve discesa, il percorso devia a sinistra e risale per altri cinque chilometri. Sono al limite delle mie forze, la salita non è elevata ma la stanchezza m’impedisce di andare più veloce, la gente che mi passa vicino m’incita e mi aiuta moralmente a proseguire. A sei chilometri dall’arrivo inizia la 14° ed ultima strada bianca leggermente in discesa, non ce la faccio più a tenere i freni le mani mi fanno male, mi alzo leggermente dalla sella e cerco di governare la bicicletta con le gambe appoggiate al tubo orrizontale, arrivo in fondo allo sterrato che si trasforma in una velocissima e tortuosissima discesa asfaltata per la picchiata finale verso Gaiole ed il sospirato arrivo. Hanno chiuso al traffico la strada principale del paese, c’è gente ovunque, mi applaudono, ho la bicicletta completamente ricoperta di polvere finissima come la farina, che si è infilata ovunque, le gambe completamente impolverate, sono stravolto dalla fatica e sotto lo striscione del traguardo non vedo Clarissa che mi sta chiamando se non all’ultimo momento, non riesco neanche a fermarmi, proseguo fino al tavolo per il timbro finale, sono le 16.18, ho finito, sono un “eroico”, lo sancisce un timbro sul carnet, posso andare a ritirare il premio che spetta a chi ha finito il lungo.

Mi tolgo subito le scarpe, il male ai piedi mi sta uccidendo, non mi sto rendendo conto di quello che ho fatto, la stanchezza ha il sopravvento, dopo la doccia con la quale mi tolgo di dosso la polvere ed un pò di stanchezza mi dirigo con Clarissa, che è entusiasta del percorso corto da 38 chilometri e dell’esperienza vissuta, al meritato pasta party dove arrivano, dopo quasi un’ora, il gruppo degli slavi, con un’aria molto stanca e provata. Ho vissuto un’esperienza, fuori del comune, che mi ha permesso di conoscere molte persone e di assaporare un’atmosfera d’altri tempi, di vivereper un giorno come un ciclista “eroico” senza assistenza in gara, su strade dissestate ma ricche, immensamente ricche di fascino e contatto con la natura, di gioire alla vista di una fontana, di ascoltare il rumore delle pecore al pascolo, che numerosissime ricoprivano i prati nei pressi di Montalcino, di ammirare le colline appena arate di fresco, con quel loro colore particolare, di vedere i campi di girasole appassiti e di scoprire dimore storiche ricche di fascino e tenute favolose che lasciano intravedere dalle siepi che le circondano, un’eleganza, tipica delle cose antiche, un gusto per la lentezza che traspare dalla quiete dei luoghi e dei borghi che ho attraversato, immersi nei vigneti curatissimi del Chianti. Ho conosciuto un ciclismo che è espressione di una cultura lontana dall’esasperazione dello sport moderno, ho percorso un viaggio a bordo di una macchina del tempo, molto semplice, la mia bicicletta.

Luca Ferrarini